San Benedetto del T.- Ma se continuiamo a guardare il sesso dell’autore, non capiremo mai la causa della violenza
C’è un punto in cui la cronaca smette di essere soltanto notizia e diventa specchio. L’omicidio di Loreto ci costringe ancora una volta a guardare dentro le relazioni, dentro le fratture che attraversano la vita quotidiana e che, quando nessuno le riconosce, possono trasformarsi in tragedia. Ogni volta che una persona perde la vita per mano di chi le era vicino, la comunità si ferma, si interroga, cerca un senso. Ma il senso non arriva mai da solo: va cercato con attenzione, liberato dalle semplificazioni, sottratto alle categorie che rassicurano ma non spiegano.
In questo spazio di riflessione si colloca l’analisi della psicoterapeuta e criminologa Antonella Baiocchi, che invita a spostare lo sguardo, a non fermarsi alla superficie, a non confondere il sesso dell’autore con la causa della violenza. Il suo ragionamento parte da un presupposto semplice e radicale: per prevenire davvero, bisogna capire davvero.
Ed è da qui che prende avvio il suo intervento:
“L’omicidio avvenuto a Loreto scuote profondamente le coscienze. Una donna ha perso la vita e, come sempre accade in queste circostanze, il primo sentimento deve essere il cordoglio verso la vittima e i suoi familiari.
Ma proprio perché ogni vita umana ha un valore assoluto, abbiamo anche il dovere di comprendere davvero ciò che accade, senza lasciarci guidare da slogan o categorie interpretative che rischiano di impedire una reale prevenzione.
Sarà la magistratura ad accertare il movente e le responsabilità penali. Tuttavia, da psicoterapeuta e criminologa, ritengo necessario distinguere il fatto di cronaca dalle interpretazioni ideologiche che spesso lo accompagnano.
Quando si parla di “femminicidio” come se ogni omicidio di una donna da parte di un uomo fosse automaticamente un crimine d’odio contro le donne in quanto donne, si rischia di confondere il piano giuridico, quello criminologico e quello culturale.
Nella realtà occidentale contemporanea, gli omicidi motivati dall’odio verso le donne in quanto appartenenti al sesso femminile sono praticamente estinti e quando ricorrono, sono generalmente associati a gravi condizioni psicopatologiche o deliranti.
Nella maggior parte degli omicidi che maturano all’interno delle relazioni affettive, il denominatore comune che emerge è l’incapacità di gestire la divergenza: la pretesa che l’interlocutore si conformi alle proprie aspettative.
Incapacità che si traduce in dinamiche di controllo, possesso, rifiuto, gelosia, intolleranza verso i rifiuti, le separazioni, i fallimenti. Aspetti che richiedono un’attenta analisi caso per caso
Sono tutte situazioni nelle quali alcune persone, incapaci di elaborare emotivamente il conflitto, trasformano la divergenza in uno scontro distruttivo.
È questo il vero problema.
Finché continueremo a concentrare l’attenzione esclusivamente sul sesso dell’autore della violenza o sulla gravità delle ferite inferte al corpo, sottovalutando la devastazione che possono provocare le ferite psicologiche, continueremo a trascurare ciò che accomuna gran parte delle violenze relazionali: il grave analfabetismo psicologico che ancora caratterizza la nostra società.
Nel 2026 continuiamo a riempirci la bocca di parole come rispetto, inclusione, dialogo e tolleranza è troppo spesso non si sanno tradurre nella pratica.
Rispettare l’altro significa accettare che possa avere valori, idee, bisogni, desideri e progetti diversi dai nostri. Significa comprendere che una relazione non autorizza mai il possesso dell’altro.
Questa capacità non nasce spontaneamente.
Richiede competenze psicologiche.
Richiede la conoscenza dei meccanismi che regolano emozioni, frustrazione, attaccamento, identità, conflitto e comunicazione.
Richiede una mentalità flessibile, cioè la capacità di tollerare che l’altro possa vedere il mondo in modo completamente diverso dal nostro senza che questo venga vissuto come una minaccia.
Quando questa flessibilità manca, la divergenza diventa intollerabile.
E quando la divergenza diventa intollerabile, possono emergere comportamenti di controllo, manipolazione, prevaricazione e, nei casi più estremi, violenza.
Questo non riguarda gli uomini.
Riguarda le persone.
Uomini e donne possono essere vittime.
Uomini e donne possono essere autori di violenza.
Perché la violenza non nasce dal sesso biologico.
Nasce da una cultura incapace di educare alla gestione delle emozioni, del conflitto e delle differenze.
Continuare a presentare la violenza come un problema esclusivamente maschile significa affrontarne soltanto una parte, lasciando invisibili tutte le altre forme di violenza relazionale e, soprattutto, impedendo di costruire strumenti realmente efficaci di prevenzione.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Interveniamo quando il conflitto è ormai esploso, mentre investiamo ancora troppo poco nell’educazione alle competenze relazionali, nella psicologia, nella prevenzione e nella formazione emotiva.
E chi paga il prezzo più alto sono i figli, lasciate crescere in contesti familiari segnati da conflitti cronici e violenza che rischiano di essere trasmessi da una generazione all’altra.
La vera sfida non è stabilire quale sesso sia più violento.
La vera sfida è comprendere perché alcune persone, di qualunque sesso, arrivino a considerare l’eliminazione dell’altro come soluzione al conflitto.
Finché continueremo a dividere la violenza tra “violenza maschile” e “violenza femminile”, continueremo a discutere delle categorie.
Quando invece inizieremo a studiare seriamente i meccanismi psicologici che trasformano la divergenza in prevaricazione e violenza che mietono vittime soprattutto tra gli interlocutori in posizione di vulnerabilità/debolezza (debolicidio), potremo finalmente iniziare a prevenirla e contrastarla”.
DEBOLICIDIO 1) https://youtu.be/Dz9CYJesAis?is=ea-kqGsbn8lOZH4d
DEBOLICIDIO 2) https://youtu.be/_I4qtU2nqhM?is=6lJg4jpvBCq9tf2_
www.comitatobigenitorialitaepariopportunita.it
