La Riflessione…

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Per nuove scelte e per l’impegno sportivo….Le organizzazioni sportive (la nostra Federazione) mostrano risorse e piani di sviluppo coerenti ai progetti messi in campo, secondo regole democratiche e statuti “impeccabili”.

Le istituzioni contribuiscono allo sviluppo della cultura, che fonda il lavoro di gruppo, riconosciuto e riconoscibile.

Per teoria ed attuazione con un’anagrafe anche fiscale, visti gli obblighi ( doveri di associazioni no-profit, ONLUSS, Enti di Promozione), le garanzie sono le norme, fonti del diritto italiano, da cui deriva in modo gerarchico la normativa (compresi gli statuti di federazione e di associazione).

Il richiamo alle fonti è d’obbligo prima di un disagio, causa di demotivazione e inquietudine.

Operando certe scelte sociali, si vuole garantire una mission-progetto di rispetto (Arianna Sociale), nonostante faccia parte di minoranze numeriche.

Il dovere del controllo è l’interfaccia del diritto democratico:

  • Per sostenere la qualità sportiva.
  • Per la promozione.
  • Per la tutela del diritto della cittadinanza.
  • Per tutti.

Il risparmio, l’economicità e l’etica impongono l’equità, al fine di distribuire risorse di diritto per ruolo, per delega e per la trasparenza delle iniziative sociali per tutti, per tutti i livelli, per la salute pubblica, per l’umanizzazione dello sport di cittadinanza.

I temi consueti dibattuti in convegni di spessore…richiamano alla centralità della persona ed esigono quell’innovazione connessa alla ricerca scientifica applicata allo sport.

I diversi contesti d’azione, secondo la visione della “scuola dello sport” rappresentano gli spazi non privilegiati, liceali di memoria sessantottina, ma richiedono spazi di gioco e di sport sicuri per quel diritto al gioco, al giocosport, allo sport ludico-amatoriale, all’agonismo, che compongono l’unitarietà della cultura che si è evoluta con l’uomo, ne ha tradotto corporeità ed intelligenze.

La flessibilità consente la lettura storica del movimento, di quell’olimpismo che riconosce l’associazionismo sportivo inclusivo, che non è solo gioco per il gioco ma è bisogno, è movimento della persona, memoria dell’identità, di una specie che sa mediare tra Sparta ed Atene, non è di parte ed è agonismo educativo.

Certi valori “crescono” con la persona e l’atleta vero è un campione di vita, coerente, che oltre il podio è capace di “non gettare la spugna”, è vincente sempre e cammina.

L’offerta formativa di settore non è specifica di tecniche asettiche, alla greca ( l’etimologia greca interpreta l’arte tecnica); la tecnica è arte del movimento, del gesto e gli operatori di settore possono essere accreditati, ma è essenziale accertare attitudini e competenze per una formazione continua che esige un controllo  totale, prevenendo così disagi e rischi dell’utenza a qualsiasi età.

I requisiti vanno accertati  a tutti i livelli, al fine di garantire non il profitto, né facilitazioni gestionali.

Gli sprechi escludono l’impegno di imprese sociali private, favorendo quell’associazionismo partitico che investe  non in risorse umane, ma in spazi di potere senza vissuto sportivo e sociale.

È necessaria una ricerca attiva di soggetti sociali che sportivamente sanno legare la managerialità sportiva a luoghi dimenticati.

Il CONI del terzo millennio, CONI servizi, potrà coerentemente riconoscere certe forme diverse che fanno risorsa nella diversità sportiva.

Questi club autonomi per diritto costituzionale, possono contribuire alla crescita della famiglia dello sport, perché vantano quel piano strategico che non è un marketing virtuale, ma è nel vigore del know-how innovativi.

Possono vantare a livello nazionale ed oltre, esiti solidali, specie in un tempo storico che esige l’inclusione delle diversità per la “preparazione” della pace.

La mondializzazione della cultura domina anche il mercato della cultura sportiva.

La massa è disorientata da certi eventi  come meteore che non contengono gli elementi delle sfide sportive di valore.

Sotto le bandiere di certi territori, non ci sono per merito quegli atleti che rappresentano il fair-play.

Ai mondiali si assiste spesso alle celebrazioni di una cultura popolare “con forti componenti ludiche”, in grado di nascondere l’esclusione degli atleti veri, di certe terre italiche.

Si nasconde in modo temporaneo forse la problematica economica e strutturale, quando certe minoranze invocano riconoscimenti e relazioni necessarie in un campo sportivo in cui si gioca la passione e, l’agonismo, è finalizzato al gioco di squadra, dell’inclusione, della partecipazione.

Questo volontariato del rugby a 13, di italica matrice si connota per il capitale umano, già accreditato dal vissuto, dalle motivazioni, dal progetto aperto alla mondialità ed al disagio.

Questo gruppo vigoroso, vuole affermare l’idoneità ed il disagio accertato in una fermata obbligata che sicuramente non preclude nuove vie, di cui le istituzioni devono tener conto.

Vogliamo restituire la stella ad un marchio positivo che riconosce il DNA dello sport nelle partite giocate senza doping ( alla pari e per la giustizia sportiva e sociale).

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